My country

Aforisma di William Shakespeare

“Che l’amore fosse una cosa delicata? Direi piuttosto che sia troppo rude e troppo aspra, e infine troppo violenta: e punge come uno spino”.

Edward Dembar, a quarant’anni suonati, ne aveva trascorsi una quindicina prevalentemente fuori dalla sua Springs, cittadina natale, a milleottocento metri di quota, incastonata tra i parchi selvaggi della catena delle Montagne Rocciose.

Dopo il periodo iniziale dedito agli studi, che gli aveva regalato tanti bei momenti di aggregazione, complicità giovanili, indimenticabili amicizie, e consentito di sviluppare lo sport della caccia al cervo, sua passione innata, aveva deciso di seguire la proposta di lavoro che lo avrebbe portato nel cuore di Denver “mile high city” a est della catena montana; non una vera metropoli, non tanto distante, ma così diversa dalla sua Springs, da costituire un’esperienza a cui non rinunciare.

Là, dopo un breve periodo iniziale d’ambientamento per un giovane architetto, aveva, uno dopo l’altro, raggiunto gli obiettivi di lavoro, grazie soprattutto ad un impegno assiduo senza tentennamenti.

Il suo carattere non gli permetteva mezze misure, affrontava ogni obiettivo esattamente come fosse un esame universitario, una partita di caccia e non demordeva finché non giungeva alla conclusione certa del suo impegno. Sapeva riconoscere con grande onestà quando una situazione era conclusa, indipendentemente dal risultato conseguito. Per lui, in ogni progetto, importante era la tensione della sfida, l’intelligenza strategica necessaria e l’energia utile per giungere al cuore dell’obiettivo. Ne affrontava ogni attività come una missione, sempre in gara con sé stesso per dominarne interferenze e sempre possibili deviazioni. Ciò, di conseguenza, gli aveva procurato fra conoscenti intimi e colleghi, l’appellativo di “determinato e tenace”, sì, ma assolutamente leale, insomma, di “vero sportivo”.

Aveva organizzato piuttosto bene la sua vita, ma questa non l’appagava quanto s’aspettasse. Seppure non mancassero molteplici occasioni di socializzazione, offerte in ogni occasione dalla city, non era mai riuscito ad instaurare rapporti duraturi con nessuna compagnia femminile frequentata, e ne sentiva la mancanza.

Avrebbe voluto incontrare un amore importante, perché nel suo modo d’essere, i rapporti superficiali o fuggevoli lo appagavano parzialmente, non oltre la mera conoscenza carnale, ben distante dalle sue aspettative d’uomo integro.

Non aveva mai abbandonato il legame giovanile con la sua Springs, a cui teneva particolarmente. Di tanto in tanto, nei week end, quando gli era possibile rientrare da Denver, s’impegnava a ravvivare i rapporti cogli amici di sempre. Dentro di sé aspirava ad una famiglia con una compagna vicina ai suoi valori ideali, radicati in un’educazione laboriosa e, nel contempo, rispettosa delle sane aspirazione e motivazioni nel rapporto di coppia, onde perpetrare nei figli continuità affettiva e principi ricevuti in dote dalla sua famiglia, che l’aveva cresciuto amorevolmente.

Nella sua mente esisteva in bella evidenza, il ricordo di un’amicizia femminile molto importante per lui, la figlia di George, suo anziano compagno di caccia, il quale, da quando gli era mancata la moglie, ripeteva di frequente: “Sono stato fortunato perché Jane m’ha dato Dana, non so cosa farei senza di lei!”. Dana era la figura carismatica della miglior “Tavola Calda” del quartiere, la gestiva in modo impeccabile, come in precedenza sua madre Jane. George ne era fiero. Dana, pur essendo molto corteggiata per la sua invidiabile avvenenza e integrità, s’era fidanzata a Danny, suo migliore amico, proprio in occasione di una festa in onore di George; lo stesso giorno che Edward aveva scelto per farle conoscere le sue intenzioni.

Forse, il cocente ricordo, agiva da filtro selettivo per ogni figura femminile da lui frequentata.

C’era un altro aspetto della sua vita che gli mancava, non tanto quanto il primo, ma decisamente gli pesava molto, talvolta più del tollerabile, ovvero, la completa immersione nella brada natura montana, che solo le battute di caccia rendevano possibile. La tensione tra lui e le prede lo assorbiva fino a fargli dimenticare d’essere “il cacciatore”. Quando riusciva ad avere a fuoco, nel mirino della carabina, un cervo che magari inseguiva da uno o due giorni, arrivava a sussurrargli a distanza: “Ora sei mio”, mimando un colpo secco: “pisscc…obiettivo centrato!” Tutto finiva lì, la morte del cervo non poteva aggiungere valore all’impresa.

Le asperità montane, l’esercizio di sé nella natura selvaggia, agivano da veri equilibratori, lo rinnovavano, lo preparavano a riaffrontare il mondo civile. Al rientro da ogni partita di caccia si sentiva appagato, ricaricato nel profondo. Forse, ne aveva la necessità per scaricare le tensioni endogene accumulate durante gli alti e bassi giornalieri del lavoro che svolgeva, alquanto impegnativo.

Quel week end rientrava nella sua abitazione di Springs piuttosto tardi, già pensava di coricarsi subito per potersi alzare presto l’indomani. Durante il viaggio, aveva parlato al cellulare con George per un’escursione di caccia sulle alture a nord ovest di park lake.

L’appuntamento, al solito, era al parcheggio della sua Tavola Calda alle sei.

Era appena entrato in casa, quando senti bussare discretamente alla porta.

Chi poteva essere a quell’ora tarda?

Aprì senza indugi e si trovò di fronte Dana:“Ti aspettavo fuori in macchina. Fammi entrare!” gli disse sottovoce con aria contrita.

Di certo era una novità che Dana lo cercasse a casa sua, doveva esserci una ragione importante.“Accomodati dove vuoi. Scusami solo un attimo che vado in bagno, perché ho fatto tardi. Sono arrivato direttamente da Denver”.

Dana s’accomodò su una delle poltroncine di fianco al caminetto.

Quando Edward tornò:“Eccomi! È la prima volta che vieni qui! Deve esserci una ragione particolare. Dimmi tutto!”

Dana fece l’intero discorso tutto d’un fiato:“Sono preoccupata per Danny. È andato a Las Vegas per un lavoro. Sono quasi due mesi che non si fa vivo. M’aveva garantito che avrebbe chiamato, per darmi informazioni su quel lavoro, che ci saremmo eventualmente organizzati per un incontro là, oppure sarebbe tornato al più tardi dopo quattro cinque settimane, invece non l’ho più sentito…Sono molto preoccupata! Non ho detto niente a papà per non farlo star male, ma la cosa sta diventando pesante, finisce che s’accorge della situazione reale. Non voglio lasciare solo papà. Non so come fare!”

Edward, che s’era accomodato sull’altra poltroncina, osò una domanda indiscreta: “Come andavano le cose fra te e Danny prima che partisse?”

“Beh sai com’è lui, fa sempre quello che gli passa per la mente, non si sa mai nulla prima che le cose siano accadute. Non è cambiato!..Sono io che non riesco ad abituarmi!”

La sua gestualità denotava una sofferenza repressa.

Edward pensò rapidamente a una soluzione e: “OK, senti cosa facciamo. Hai una sua foto recente?”

Lei annuì.

“OK, telefono a tuo padre e gli comunico che ho dovuto rientrare a Denver d’urgenza, che questo week end, per quanto mi riguarda, non se ne fa niente della caccia. Tu rientri. Senza destare sospetti, e aspetti la mia chiamata al cellulare, non so quando, spero domani in giornata. Io vado a Las Vegas e vedo di rintracciare Danny. Voglio essere là domattina. Ho una mezza idea che mi frulla per la testa”.

Dana, ancora in apprensione: “Ma è tardi, devi riposarti. Puoi partire domattina presto”.

“No, non voglio che nessuno mi veda. Adesso vai, ti chiamerò comunque domani per dirti qualcosa”.

Dana, alzatasi, estrasse dalla borsetta la foto e nel passargliela gli si strinse appresso sussurrando “Non dimenticherò quello che stai facendo per noi”. Poi, rapida, se ne uscì discretamente com’era entrata.

Edward, guardò la foto formato cartolina, pensò fra sé che Dana tutto ciò l’avesse previsto e dunque, era certa che lui l’avrebbe aiutata.

Nella foto, Danny appariva affascinante come sempre.

Edward aveva istantaneamente messo in relazione la propensione al rischio di Danny, a ciò che poteva averlo condotto a Las Vegas. Ma era solo un’idea.

Una volta là, sarebbe andato alla polizia con la foto, e poi avrebbero deciso assieme sul da farsi.

Doveva partire subito, senza indugi.

Chiamò George al cellulare, il quale fu dispiaciuto per il contrattempo, ma comprese la situazione e rinnovò l’invitò per il prossimo week end, da confermarsi, come si usava fra loro.

Le radio notturne gli tennero compagnia. Il viaggio gli prese l’intera notte. Si fermò al Desert In sulla Central City Drive, proprio appena un po’fuori dalla luccicante down town. Aveva bisogno di riposare almeno tre ore per ricuperare dallo stress.

Erano appena passate le cinque, per le nove sarebbe stato pronto ad affrontare l’avventura. Riuscì persino ad assopirsi, immerso nell’atmosfera creata dal sound discreto della radiolina in camera.

Si sveglio al richiamo del buzzer che aveva prenotato in reception. Sollecito guardò l’ora sull’orologio al polso e s’alzò. Aveva sempre con sé un bag con gli effetti e vari ricambi personali, non c’era discontinuità in questo, rispetto al solito.

Scese per il breakfast. Contemporaneamente il cervello sviluppava ipotesi, una dopo l’altra. Erano tante le possibilità da esplorare e, forse anche, le situazioni reali da affrontare. Aveva prenotato la camera per due giorni, un tempo minimo, ma sufficiente per inquadrare la situazione con le istituzioni della City ed, eventualmente, mettere in atto qualche mossa strategica.

Al primo posto di polizia, poco distante da lì, trovò subito disponibile il detective Hunter.

Un gran vantaggio, pensò Edward, avere il budget annuale delle forze dell’ordine coperto dai casinò della city. Considerazione conseguente all’osservazione delle attività in corso sulle molteplici scrivanie.

Gli fece vedere la foto di Danny con sul retro, vergati a mano: dati personali e codice dell’assicurazione sanitaria. Dana aveva proprio pensato a tutto.

Spiego la sua situazione personale, le motivazioni della ricerca, mise in evidenza il carattere creativo ed intelligente del suo amico, enfatizzando la notevole imprevedibilità del suo comportamento.

Il detective Hunter prese appunti al computer, lanciò subito dallo scanner, la foto, ai vari dipartimenti di polizia e negli ospedali della city l’identificativo e codice assicurativo, poi, guardandolo attentamente negli occhi, con un tono di voce senza nessuna enfasi emotiva disse: “Dobbiamo attendere il tempo tecnico per le risposte; diciamo domani, a quest’ora circa…Considerando il periodo di tempo cospicuo dell’assenza senza reali motivazioni conosciute, però, si possono fare diverse ipotesi, fra queste non bisogna escludere anche la più tragica. Il soggetto corrispondente alla descrizione fattami, potrebbe essere fra questi, che hanno subito una tale deturpazione del viso da necessitare un riconoscimento intimo del corpo.”

Ruotò il monitor del computer e fece scorrere una serie di nomi in codice con dati antropometrici di individui, maschi bianchi, non identificati, giacenti all’obitorio centrale di polizia.

“Sarebbe in grado di identificarlo, eventualmente?”

Ed Edward: “Io potrei dare una indicazione sommaria. Una cicatrice al gomito sinistro, dovuta ad una operazione chirurgica all’epicondile, era un tennista mancino. Portava un orecchino al lobo dell’orecchio sinistro. La sua compagna, rispetto a me, ne ha una conoscenza intima più approfondita e recente. Potrei fare in modo che sia qui domani, se crede che ce ne sia bisogno!”

E il detective:“È mio dovere non escludere fin dal principio l’eventualità. Mi comprende? Cerco di risolvere il più presto possibile la sua richiesta, affinché eventualmente si possa orientare la ricerca altrove, vista la dichiarata imprevedibilità del sig. Clayton Danny!”

“Ok, va bene, domani qui a quest’ora.” Disse Edward, e uscì dalla stazione di polizia pensieroso.

Doveva decidere se coinvolgere subito Dana o no. Nel caso avessero trovato Danny, ovunque fosse, forse, sarebbe stato utile per lei essere in zona, del resto perché Dana s’era servita di lui se non per aprirle la strada ed avere un punto d’appoggio sicuro per ogni evenienza?

Ruppe gli indugi e la chiamò al cellulare, la informò sulla situazione e, suadente, sull’utilità che poteva avere la sua presenza, nel caso che lo avessero trovato, e magari avesse bisogno di appoggio morale.

Dana gli rispose: “Sono già partita, sto arrivando, sarò lì nel tardo pomeriggio. Dove hai preso albergo?”

Edward le diede le coordinate del Desert In e si salutarono.

Il fatto che fosse già in viaggio era la conferma di ciò che aveva pensato.

Si fermò in uno Photoshop e fece fare una serie di copie fronte-retro della foto di Danny, poi, iniziò con dovizia, a chiedere ai servizi di sicurezza di case da gioco e casinò della city, lasciando una copia della foto.

Al casinò “Il Faraone”, uno degli uomini della sicurezza riconobbe Danny nella foto, ne era certo, perché: “Aveva fatto una vincita importante” Disse, regalato fiches al croupier e agli inservienti; il tutto risaliva a circa un mese addietro.

Finalmente una traccia. La certezza ch’era stato a Las Vegas, cosa che fino a quel momento era solo una possibilità, nemmeno così evidente.

Vuoi vedere che quel geniaccio ha trovato qualche sistema per sbancare il casinò, pensò subito fra sé sorridendo. Danny aveva una spiccata attitudine ai giochi matematici, un’abilità innata; all’università era molto quotato in matematica, ma a lui non interessava quella materia e, nella loro compagnia, era famoso per le sue capacità di risolvere rebus di ogni genere. Dal gruppo d’amici era considerato “una mente geniale”.

Ora, doveva congetturare quale direzione potevano aver preso i suoi obiettivi dopo una vincita definita dal casinò, “importante”, tenendo presente che, molto denaro, attrae sempre sciacalli di ogni genere.

Il pomeriggio, a quel punto, se n’era andato. Sarebbe stata buona cosa correre al Desert In a ricevere Dana al suo arrivo. Non avrebbe parlato della sua scoperta, soprattutto per non aprire una ridda di ipotesi di cui non si sarebbero potuti controllare gli orizzonti, se non dopo accurate indagini. Meglio rimandare a dopo le verifiche della polizia. In fondo si trattava d’attendere solo fino all’indomani mattina.

Aveva già ottenuto più di quanto s’aspettasse, anche se, a quel punto non si sentiva, ugualmente, per niente tranquillo, specie pensando alle considerazioni del detective Hunter.

Non era ansioso, no, doveva solo fare i conti con la sua innata capacità di prefigurarsi le situazioni che, immancabilmente, si avveravano. Non doveva, di certo, coinvolgere Dana in ciò.

Quando arrivò, Dana era nella hall ad attenderlo. Aveva già fatto la doccia e s’era cambiata.

In precedenza aveva chiamato suo padre George per confermargli che avrebbe visto Danny in serata. All’arrivo di Edward s’alzò e gli andò incontro abbracciandolo.

“Meno male che ci sei tu! Ho tanta paura che sia successo qualcosa di grave!”

Anche lei, aveva un brutto presentimento, pensò fra sé Edward, rispondendo con vigore al suo slancio.

“Non è il caso di fasciarsi la testa. Attendiamo il responso della polizia…Non credi sia meglio?”

“Sì, hai ragione, ma è molto che aspetto sue notizie!”.

“Sarai stanca e vorrai riposare, prima magari mandiamo giù qualcosa, penso che anche tu abbia un po’ d’appetito, no?”

“Si, va bene!”.

Cenarono da vecchi amici, ricordando i momenti ameni trascorsi con Danny e gli altri compagni di caccia, citando le scarpinate più impegnative sui vari itinerari montani fra gli indimenticabili panorami.

L’atmosfera era dell’intimità di sempre. L’intimità di un gruppo molto affiatato, nel quale le personalità potevano emergere senza limitazioni, rendendoli coesi, rispettosi dei sentimenti d’ognuno.

Si soffermarono su considerazioni circa il fatto che ognuno conosceva piuttosto bene i caratteri degli altri, e ciò generava una sinergia attrattiva, che consolidava le loro aspettative d’insieme.

Giunse così rapidamente il momento di ritirarsi e Edward uscì con: “Il tempo è volato Dana! È ora di andare a riposare! Domattina dobbiamo essere dal detective Hunter verso le dieci. Facciamo il breakfast assieme?”

“Si, naturalmente. Mi chiami tu?”

“Ok, facciamo verso le otto!”.

Si avviarono alla reception per le chiavi. Verificarono i reciproci numeri di camera, erano allo stesso piano, porte quasi di fronte. Edward l’accompagnò, le diede la buona notte. Attese che entrasse in camera, chiudesse la porta, poi, rapido, raggiunse la sua e si sistemò, facendosi prima anche una buona doccia calda. La radiolina era ancora accesa sullo stesso canale del mattino; il sound discreto avrebbe contribuito al riposo. Si stese sul letto sopra la coperta. La temperatura era alquanto buona, in pigiama si stava benissimo così. Era rilassato, pronto al sonno quando sentì bussare alla porta. S’alzò e guardò allo spioncino, era Dana.

Aprì senza indugi e lei entrò un po’ titubante:“Non mi va di star sola, non in questi momenti! Non ti dispiace se sto qui con te?” Disse con un fil di voce. “Figurati,..per niente! Quale lato vuoi?” Chiese Edward, per nulla sorpreso. Era comprensibile la situazione, per quanto si fosse adoperato a stemperarla amabilmente, durante la cena, era immanente come una spada di Damocle.

Dana tolse la vestaglia, la depositò sulla poltroncina e, in pigiama, si stese sul lato destro del lettone, dalla parte opposta al patio dell’entrata.

“Ti da fastidio il sound?” Accennò Edward, mentre a sua volta si accomodava sul suo lato nel lettone.

“No! Va bene anche per me…Ti spiace ch’io sia qui?”

“Assolutamente no! Non pensare neppure per un attimo che non ti capisca!..Piuttosto dimmi…perché hai scelto me?”

“Perché mio padre si fida di te!”

Era bello sentirsi riconosciuto in quel valore, in cui credeva fermamente e, più di ogni altro, che a esternarlo fosse la persona per la quale sarebbe andato in capo al mondo.

Dana s’accoccolò appoggiandosi lungo il suo fianco, allacciandosi con un braccio al suo petto, una gamba sulle sue e s’addormentò.

Tutto ciò lo ripagava abbondantemente di quanto aveva fatto e di quanto sarebbe ancora stato necessario fare affinché Dana raggiungesse ciò ch’era nei suoi pensieri. La considerazione lo sprofondò nel sonno.

Il buzzer, intermittente, segnò la fine dell’idillio notturno nella mente di Edward. Era tempo di ritornare alla realtà. Guardò l’ora della radiolina e stoppò il buzzer.

Dana gli era ancora tutta addosso sonnecchiosa, si sfilò dolcemente dal suo abbraccio e scivolò dal letto alla doccia. Aveva bisogno dei suoi tempi per le varie operazioni di sistemazione mattutina, perciò aveva programmato il buzzer per le sette. Aveva dormito un sonno ristoratore, si sentiva in ottima forma; ce n’era davvero bisogno, specialmente se si fosse avverato quanto si era prefigurato.

Il suo pensiero, all’opera sugli accadimenti del pomeriggio precedente, aveva inconsciamente elaborato una teoria; doveva parlarne col detective Hunter che, di certo, aveva i mezzi per arrivare a verificare se realmente poteva essere Danny il vincitore, come affermato dall’uomo della sicurezza del casinò. L’operazione poteva innescare sviluppi e possibilità inesplorate, forse portare nella giusta direzione sulle tracce di Danny.

Quando uscì dal bagno, Dana non c’era, s’era già alzata e, sicuramente, andata nella sua camera.

Rispetto ai suoi programmi di lavoro, era ancora presto per informare la segreteria del suo Studio e lo staff di lavoro sul suo eventuale rientro, era meglio sentire il detective e poi decidere per tempo anche su quello.

Erano quasi le otto, uscì per vedere se Dana era pronta. Davanti alla porta della sua camera cambiò idea, meglio rispettare i suoi tempi, non era il caso sollecitarla, in nessun modo. Scese nella hall e attese. Sul grande schermo di cortesia, le finestre dei vari eventi contemporanei: telegiornali, notiziari, previsioni del tempo, commentatori, potevano essere seguiti da ognuno, bastava sintonizzarsi con gli auricolari, ma non cedette alla tentazione perché attendeva Dana e non voleva che pensasse di doverlo interrompere, in qualche modo.

Quando apparve, per Edward fu come se si levasse il sole. Nonostante lo stress degli ultimi tempi, Dana era nel pieno splendore dei suoi trent’anni. Avrebbe mai potuto essere più splendida?

Si liberò dai pensieri circa le qualità di Dana e le andò incontro. Lei, sorridente, gli dette il buon giorno, lo baciò sulla guancia e chiese se avesse riposato.

“Buon giorno a te! Un sonno unico, come credo abbia fatto tu!” Rispose a sua volta sorridendo Edward. “Andiamo al self service! Dobbiamo affrontare una lunga giornata impegnativa.”

“Sì!” Il tono di quel “sì” era il preludio al ritorno di Dana nello stato emotivo che la perseguitava.

Il breakfast seguì silenzioso, ognuno assorto nei propri pensieri, tuttavia, manifestando nel proprio atteggiamento la piena disponibilità dell’uno verso l’altra. Comunicavano con gli occhi. Apparivano come una coppia consolidata. Nessuno avrebbe potuto immaginare il travaglio che, per ragioni opposte, stavano attraversando. Amare la stessa persona che si frapponeva alla felicità d’entrambi.

Arrivarono puntuali al distretto di polizia. Il detective Hunter, appena li vide, li invitò subito a seguirlo in una stanza separata. Dopo la presentazione di Dana si accomodarono.

Aveva portato con sé una cartella che, solerte, aprì. Iniziò a parlare col solito tono senza inflessioni emotive:

“Con in mano la foto e i dati del sig. Clayton, abbiamo potuto appurare diversi aspetti della vicenda che lo ha riguardato.”

Dana s’agitò sulla sedia e si protese guardando il detective con occhi interrogativi.

“Sì purtroppo signora Harrison, pensiamo che il signor Clayton sia nel nostro obitorio. Abbiamo solo la necessità di un vostro riconoscimento”.

Era ciò che da ieri s’era annidato nella mente di Edward. Dana era come impietrita, incredula. E, come da una immanente ondata di tzunami, venivano, ipso facto, travolte tutte le sue speranze.

Il detective, continuò: “Ieri, la sicurezza del casinò “il Faraone” ci ha informato sulla sua visita signor Dembar. Dalla Banca d’appoggio per la riscossione delle vincite, è risultato che il sig. Clayton, quattro settimane orsono, lo stesso giorno della vincita, di oltre cinquecentomila dollari, s’è presentato, aprendo un conto corrispondente alla cifra, e s’è fatto rilasciare un assegno bancario di cinquantamila dollari, che si può riscuotere senza firma. Ciò è stata la causa di quanto occorsogli, purtroppo. Qualcuno che lo teneva d’occhio sin dal casinò, visto l’assegno Bancario ha provveduto all’aggressione omicida deturpandogli il viso per non renderlo riconoscibile. È una modalità che allunga i tempi d’indagine, per far trascorrere quello necessario all’incasso dell’assegno senza problemi. Quando m’ha descritto il suo amico, l’orecchino al lobo sinistro, la cicatrice al gomito, sig, Dembar, ho avuto pochi dubbi residui sulla sua identità.” Dana, ansiosamente lo interruppe:“E i nei sull’inguine, sì, tre nei sull’inguine, li ha verificati? Imperturbabile, il detective continuò:“Perciò è necessaria la certezza del riconoscimento. Ho preparato la scheda allo scopo. Posso accompagnarvi subito all’obitorio.”

Dana aveva lo sguardo vuoto, come se le avessero strappato l’anima.

Edward con un braccio le avvolse le spalle e, amorevolmente, la esortò: “Te la senti?” “Lei annuì.”

L’obitorio è un antro che sa di morte, in maniera così intensa e talmente inusuale da accettare nella dimensione umana, che nessuno mai vorrebbe verificare.

Lì crollò l’ultima esile speranza di Dana.

Da quel momento, quantunque nessuna emozione fosse arrestabile, senza abbandonare per un solo istante Dana, Edward s’adoperò per ogni cosa necessaria, fino alla tumulazione di Danny nel cimitero di Springs.

Fu una durissima e straziante prova per Dana, che non versò mai una lacrima. Volle affrontare consapevolmente tutto l’immenso dolore. Un’eredità che veniva da lontano, da generazioni d’impavidi coloni che avevano conquistato a proprie spese il loro diritto a vivere sulle Montagne Rocciose.

Danny, imprevedibilmente, era stato fermato da una sconosciuta mano assassina, sul traguardo del suo sogno di realizzare la scuola materna dove avrebbero cresciuto i loro figli.

Quale tragedia poteva essere più tremenda? Non c’era una risposta accettabile.

Ci voleva la volontà di continuare a vivere, oltre il crudele destino, rispettare la memoria di Danny, destinando la sua vincita a quel progetto, come di certo avrebbe voluto.

George, con la frase: “So che non lascerai sola Dana nell’impresa”, esternò tutta la sua riconoscenza a Edward che mai si sarebbe immaginato di dover considerare un rientro definitivo nella Sua Springs in modo tanto traumatico; nello stesso tempo, così lusingato per la sorte, pronta a offrirgli il suo futuro con Dana.

E Dana volle Edward al suo fianco, accettandone le diversità caratteriali, notevoli rispetto a quelle di Danny; apprezzandone pienamente la forza morale e l’intelligenza emotiva, che lo rendevano unico, un compagno su cui contare in ogni situazione, virtù che lo rendevano intimamente desiderabile. I loro figli avrebbero consolidato le radici della nuova famiglia, che Danny, con la sua terribile disgrazia, aveva reso possibile.

Unico

One comment on “My country

  1. sei unico perchè mi lasci la libertà di essere sincera, lo sento. . questo è molto raro, la gente vuole sentirsi dire quello che è nella sua testa.

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