Antenati?

“Senza la libertà che i nostri antenati conquistarono per noi dopo dure lotte, non ci sarebbe stato alcuno Shakespeare, o Goethe, o Newton, o Faraday, o Pasteur o Lister. Solo gli uomini liberi possono produrre le invenzioni e le opere intellettuali che a noi moderni rendono la vita degna di essere vissuta.”
Albert Einstain
“Without the freedom that our ancestors conquered for us after hard struggles, there would have been no Shakespeare, or Goethe, or Newton, or Faraday, or Pasteur or Lister. Only free men can produce the inventions and intellectual works that make us modern life worth living.”
Albert Einstain

 

La storia dell’uomo sulla terra è fatta di fatica, adattamento, conquiste, migrazioni, evoluzione, caso. Gli uomini che ci hanno preceduto non erano esattamente come noi: diverse specie di uomini si sono succedute, ma solo la nostra, l’Homo Sapiens è sopravvissuta allo scorrere del tempo. L’archeologo ricercatore salta da un’epoca all’altra e da un luogo all’altro del mondo, intervistando (si fa per dire) i nostri antenati e creando per ognuno di essi una breve scheda identificativa (per quanto gli è consentito dalle sue conoscenze). Se di Neanderthal, che è il nostro cugino più vicino, si conosce ormai parecchio delle sue abitudini, della sua vita e del perché si sia estinto, andando indietro nel tempo la conoscenza dei nostri avi è sempre più frammentaria,
(per questo, estremamente difficile da definire,) fino a essere quasi nulla per il Panomo, il nostro antenato in comune con gli Scimpanzé (ma poi è così, ne siamo sempre più incerti) La storia e l’evoluzione degli uomini è affascinante e avvincente perché ci racconta molto di noi e della nostra natura, riportandoci al nostro essere prima di tutto abitanti precari della Terra insieme a una molteplicità di esseri viventi più o meno simili a noi. L’albero genealogico del genere umano è fatto di tantissimi rami, molti ancora da scoprire, di cui abbiamo ricostruito la storia tassello dopo tassello, ritrovamento dopo ritrovamento. Una storia ricca e in continua evoluzione fatta di diversità, flessibilità, crescita e adattamento e tante sorprese impensabili.
The history of man on earth is made up of fatigue, adaptation, conquests, migrations, evolution, chance. The men who preceded us were not exactly like us: different species of men have succeeded, but only ours, the Homo Sapiens has survived the passing of time. The researcher archaeologist jumps from one era to another and from one place to another in the world, interviewing (so to speak) our ancestors and creating for each of them a short identification card (as far as is allowed by his knowledge). If Neanderthal, who is our closest cousin, knows a lot about his habits, his life and why he died out, going back in time the knowledge of our ancestors is increasingly fragmented,
(for this, extremely difficult to define,) to be almost nothing for Panomo, our ancestor in common with the Chimpanzees (but then it is so, we are increasingly uncertain) The history and evolution of men is fascinating and compelling because it tells us a lot about us and our nature, bringing us back to our being first of all precarious inhabitants of the Earth along with a multiplicity of living beings more or less similar to us. The genealogical tree of mankind is made up of many branches, many still to be discovered, of which we have reconstructed the story piece by piece, find after discovery. A rich and ever-changing story of diversity, flexibility, growth and adaptation and many unthinkable surprises.
E’ un affascinante mosaico di primitivo e moderno quello che viene descritto come il più vicino antenato del genere umano: la new entry, che ha già acceso il dibattito nella comunità scientifica mettendo in discussione alcune delle teorie dell’evoluzione del genere umano finora più accreditate, si chiama Australopithecus sediba ed è un ominide vissuto circa due milioni di anni fa. Presenta una sorprendente combinazione di tratti che lo rendono molto vicino sia all’uomo che all’australopiteco, che ha indotto i suoi scopritori a candidarlo come il nostro progenitore più prossimo, l’anello mancante fra Lucy, femmina di Australopithecus afarensis vissuta oltre 3 milioni di anni fa in Africa orientale, e i primi esemplari del genere Homo.
In una serie di cinque articoli pubblicati su Science, che allo studio dedica la copertina, il professor Lee Berger, paleoantropologo dell’università di Witwatersrand a Johannesburg, in Sudafrica, insieme a diversi colleghi internazionali, ne descrivono le caratteristiche anatomiche, emerse dallo studio di reperti fossili – sorprendentemente completi e ben conservati  –  riconducibili a due scheletri scoperti da Berger tre anni fa nel sito sudafricano di Malapa, e datati con precisione a 1,977 milioni di anni fa. La creatura svelata da Berger ha un cervello piccolo e braccia lunghe, come gli australopitechi. Ma in parte somiglia molto ai primi Homo, con dita corte, pollice lungo e adatto a maneggiare con precisione oggetti e manufatti, e un cervello (come si vede dal calco endocranico vituale) che, nonostante le dimensioni ridotte, mostra segni di una riorganizzazione che lo avvicina a quello umano: “Una combinazione di caratteri sia dei primati che umani in un unico individuo”, sintetizza Berger.
Un enigma, o meglio un “paleo-puzzle”. Il docente dell’ateneo sudafricano propende per collocare sediba nel genere Australopithecus, forse quella creatura misteriosa che avrebbe poi aperto la strada agli Homo in Africa: la congiunzione, insomma, fra l’australopiteco e il genere umano.
“Vista la cronologia, però, si potrebbe considerarlo già come una forma primitiva di Homo, comparso probabilmente in Africa orientale prima di due milioni di anni fa, di cui sarebbe una varietà diffusasi fino in Sudafrica”, commenta il professor Giorgio Manzi, paleoantropologo dell’università La Sapienza di Roma, esperto di evoluzione umana.
“E’ un’ipotesi affascinante”, conferma, “e i reperti descritti in questo lavoro sono di inusitata ricchezza, sia per il grado di conservazione che per la capacità di fare luce su un periodo cruciale dell’evoluzione umana, lo snodo decisivo per la comparsa della nostra specie”, continua. E, aggiunge, “provengono da un sito che rappresenta, per ricchezza e qualità dei reperti, una cattedrale della nostra preistoria più antica, come ce ne sono poche in giro”.
Le caratteristiche dell’ominide descritte su Science riguardano aspetti cruciali, spiega ancora il professore: dal bacino, particolarmente importante per avere indizi sulla locomozione, alla mano, che flette ancora in modo simile a quello delle scimmie che si arrampicano sugli alberi, ma suggerisce anche la possibilità che sediba riuscisse a maneggiare con precisione oggetti e produrre manufatti, caratteristica propria del genere Homo. Il piede, poi, sembra indicare una fase di “bipedismo facoltativo”, in cui il nostro progenitore non aveva ancora “scelto” in modo definitivo di camminare solo su due piedi, ma si serviva ancora di tutti e quattro gli arti per arrampicarsi sugli alberi. Infine il cervello, ancora piccolo, ma più evoluto rispetto a quello delle australopitecine.
Evidenze in base alle quali l’ominide sudafricano gioca un ruolo chiave nella storia della nostra evoluzione. “Non diciamo che è un nostro diretto progenitore, ma se si cominciano a valutare tutti gli elementi, di certo ne è il più probabile candidato”, argomenta Berger. “Ben più di altre scoperte precedenti, come Homo habilis“, precedente  a Homo erectus, da cui in qualche modo noi Homo sapiens discendiamo. Altri ricercatori sono invece convinti del fatto che varie specie convivessero nello stesso periodo, diverse sperimentazioni di ominidi. Di certo, il dibattito continua.
It is a fascinating mosaic of primitive and modern what is described as the closest ancestor of mankind: the new entry, which has already ignited the debate in the scientific community, questioning some of the most accredited theories of the evolution of mankind so far , is called Australopithecus sediba and is a hominid lived about two million years ago. It presents a surprising combination of traits that make it very close to both the man and the Australopithecus, which has led its discoverers to nominate him as our closest ancestor, the missing link between Lucy, Australopithecus afarensis female who lived over 3 million of years ago in East Africa, and the first specimens of the genus Homo.
In a series of five articles published in Science, which is dedicated to the cover, Professor Lee Berger, a paleoanthropologist at the University of Witwatersrand in Johannesburg, South Africa, together with several international colleagues, describes the anatomical features that emerged from the study of fossil finds – surprisingly complete and well preserved – referable to two skeletons discovered by Berger three years ago on the South African site of Malapa, and dated precisely to 1,977 million years ago. The creature unveiled by Berger has a small brain and long arms, like the australopithecus. But in part it is very similar to the early Homo, with short fingers, long thumb and suitable to handle objects and artifacts with precision, and a brain (as seen from the ritual endocranial mold) which, despite its small size, shows signs of a reorganization that it brings him closer to the human one: “A combination of both primate and human characters in a single individual”, summarizes Berger.
An enigma, or rather a “paleo-puzzle”. The teacher of the South African university is inclined to place sediba in the genus Australopithecus, perhaps that mysterious creature that would have then paved the way for the Homo in Africa: the conjunction, in short, between the australopithecus and the human race.
“Given the chronology, however, we could already consider it as a primitive form of Homo, probably appeared in East Africa before two million years ago, which would be a variety spread to South Africa”, says Professor Giorgio Manzi, paleoanthropologist of Sapienza University of Rome, an expert in human evolution.
“It is a fascinating hypothesis”, confirms, “and the findings described in this work are of unusual wealth, both for the degree of conservation and for the ability to shed light on a crucial period of human evolution, the decisive junction for the appearance of our species “, he continues. And, he adds, “come from a site that represents, for the wealth and quality of the finds, a cathedral of our oldest prehistory, as there are few around”.
The characteristics of the hominid described in Science concern crucial aspects, explains the professor: from the basin, particularly important for clues to locomotion, to the hand, which still flexes in a similar way to that of monkeys that climb trees, but also suggests the possibility that sediba could handle objects with precision and produce artifacts, a characteristic of the genus Homo. The foot, then, seems to indicate a phase of “optional bipedism”, in which our ancestor had not yet “definitively chosen” to walk only on two feet, but still used all four limbs to climb trees . Finally the brain, still small, but more evolved than that of australopithecine.
Evidence on the basis of which the South African hominid plays a key role in the history of our evolution. “We do not say that he is a direct ancestor of ours, but if we begin to evaluate all the elements, he certainly is the most likely candidate,” Berger argues. “Far more than other previous discoveries, like Homo habilis”, previous to Homo erectus, from which we Homo sapiens descend. Other researchers are convinced of the fact that various species coexisted in the same period, several experiments of hominids. Of course, the debate continues.

Unico

 

 

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