Simpatia Antipatia = Empatia

Comportandovi in base alle vostre simpatie e antipatie, non fate che alimentare i conflitti attorno a voi, trascinando anche voi stessi negli strati inferiori del piano astrale. Non crediate infatti, come fanno molti, che sia la vostra intuizione riguardo agli esseri a produrre in voi dei moti di simpatia o di antipatia… No, queste vostre attrazioni o repulsioni hanno un’origine fisica, biologica e niente affatto spirituale. Una persona possiede, nella struttura del proprio corpo fisico o del proprio viso, certi elementi che hanno un’affinità – o che al contrario, sono in opposizione – con determinati elementi che appartengono alla vostra struttura biologica; ed è per questo che provate per quell’essere attrazione o repulsione. E se vi date la pena di riflettere e di studiare la questione, è possibile che troviate gravi difetti in coloro che vi sono tanto simpatici e che, al contrario, troviate delle qualità in alcune delle persone per le quali provate antipatia.
Omraam Mikhaël Aïvanhov
By behaving according to your likes and dislikes, you do nothing but feed the conflicts around you, also dragging yourself into the lower layers of the astral plane. In fact, do not believe, as many do, that it is your intuition about beings that produces in you motions of sympathy or dislike … No, these attractions of yours or repulsions have a physical, biological and not at all spiritual origin. A person possesses, in the structure of his physical body or face, certain elements that have an affinity – or that on the contrary, are in opposition – with certain elements that belong to your biological structure; and that is why you feel for that being attraction or repulsion. And if you take the trouble to reflect and study the question, it is possible that you find serious defects in those who are so nice to you and that, on the contrary, you find qualities in some of the people for whom you dislike.
Omraam Mikhaël Aïvanhov
Spesso si legge che una persona per risultare simpatica agli altri deve fare un sacco di cose e per risultare antipatica non deve far nulla. Quel che è certo è che molti possono risultare antipatici in diverse occasioni. Alcuni esperti ritengono che non sia una questione di geni, ma di abilità sociali che, fortunatamente, permettono di acquisire un po’ di carisma per diventare più popolari e risultare simpatici, se è quello che si vuole.
Ma quali sono i fattori che fanno sì che a volte risultiamo simpatici e altre volte no? Non siamo forse sempre la stessa persona?
Often we read that a person to be nice to others must do a lot of things and to be unpleasant does not have to do anything. What is certain is that many may be unpleasant on several occasions. Some experts believe that it is not a question of genes, but of social skills that, fortunately, allow you to acquire a little ‘charisma to become more popular and be nice, if it’s what you want.
But what are the factors that make us sometimes look nice and sometimes not? Are not we always the same person?
Alcuni esperti ritengono che l’aspetto fisico può influire nel momento in cui si tratta di suscitare simpatia o meno negli altri. È un istinto fondamentale o primitivo nel caso dei neonati. Ad esempio, un neonato “ride e passa più tempo ad osservare una faccia carina con un espressione gentile che non un viso antipatico”. Anche se suona ingiusto, le persone belle potrebbero risultare più simpatiche rispetto a quelle che, dal punto di vista fisico, non sono proprio eccezionali.
Some experts believe that physical appearance can affect when it comes to arousing sympathy in others. It is a fundamental or primitive instinct in the case of newborns. For example, a newborn “laughs and spends more time observing a pretty face with a kind expression than an unpleasant face”. Even if it sounds unfair, beautiful people may be nicer than those who, physically, are not really exceptional.
Altri esperti rivelano che sono sufficienti otto secondi per capire se una persona ci sta simpatica. Ritengono che in soli 300 millisecondi (mezzo secondo) l’immagine dell’individuo viene registrata nel nostro lobo frontale, il quale in otto secondi analizza le caratteristiche che, in base alla nostra memoria, ai nostri neuroni specchio e alla nostra conoscenza, fanno di questa persona una persona simpatica o sgradevole.
Other experts reveal that it takes eight seconds to understand if someone is nice to us. They believe that in just 300 milliseconds (half a second) the image of the individual is recorded in our frontal lobe, which in eight seconds analyzes the characteristics that, according to our memory, our mirror neurons and our knowledge, make us this person is a nice or unpleasant person.
Oltre ad un istinto di base o a quello che il nostro cervello elabora in otto secondi, esistono altri fattori che ci rendono antipatica una persona, come il fatto di raccontare al primo incontro la propria vita privata o i propri problemi senza mostrare nessun interesse a conoscerci. Ci sono anche quelle persone a cui piace  ascoltare cose positive, ma non quelle negative, quelle che parlano solo di se stesse o quelle che parlano tutto il tempo senza mai lasciare spazio agli altri.
In addition to a basic instinct or what our brain processes in eight seconds, there are other factors that make us dislike a person, such as the fact of telling their private life or their problems at the first meeting without showing any interest in getting to know each other. There are also those people who like to listen to positive things, but not the negative ones, those that speak only of themselves or those that talk all the time without ever leaving room for others.
D’altra parte, se risultiamo antipatici e non dipende da una carenza nelle nostre abilità sociali, potrebbe essere perché suscitiamo certe emozioni nei nostri interlocutori. Qualche dettaglio fisico o psicologico, il nostro sorriso, il nostro modo di camminare, il nostro modo di gesticolare che ricorda quello di un’altra persona con cui, forse, il nostro interlocutore non è in buoni rapporti e quindi trasferisce questa negatività anche in noi, oppure il nostro punto di vista. In questo caso, risultiamo antipatici solo sulla base delle emozioni che suscitiamo nell’altra persona che sono legate alle sue esperienze di vita, ricordi negativi, qualcosa di completamente estraneo a noi.
On the other hand, if we are unpleasant and does not depend on a lack in our social skills, it could be because we raise certain emotions in our interlocutors. Some physical or psychological detail, our smile, our way of walking, the way we gesticulate that recalls that of another person with whom, perhaps, our interlocutor is not on good terms and then transfers this negativity in us too or our point of view. In this case, we are unpleasant only on the basis of the emotions that we raise in the other person who are related to his life experiences, negative memories, something completely foreign to us.
Se state antipatici a qualcuno, non è la fine del mondo: non possiamo piacere a tutti, anche se fossimo eccezionali e ci comporteremmo in modo tale, ci sarà sempre qualcuno che avrà qualcosa da ridire sul nostro modo di essere o di agire. La cosa migliore in questo caso è accettare e imparare a convivere con il fatto di non andare a genio a una persona. Di sicuro ci saranno almeno altre 99 persone che amano la nostra compagnia. se voi state bene con voi stessi, anche agli altri starete simpatici.
If you are unpleasant to someone, it is not the end of the world: we can not please everyone, even if we were exceptional and behave in such a way, there will always be someone who will have something to say about our way of being or acting. The best thing in this case is to accept and learn to live with the fact of not going to genius to a person. Surely there will be at least 99 other people who love our company. if you are comfortable with yourself, you will also be nice to others.
Simpatici Antipatici
Quante volte utilizziamo questi termini per definire le persone con cui ci relazioniamo? Talvolta noi stessi siamo l’oggetto delle nostre valutazioni quando analizziamo il nostro comportamento in relazione ad una determinata persona o situazione.Ma cosa sono esattamente queste caratteristiche e da dove nascono?Prima di parlare di simpatia, antipatia ed empatia è importante chiarire il concetto di atteggiamento. Un aiuto ci arriva dalla psicologia sociale che lo definisce come un insieme di predisposizioni, sentimenti, opinioni e informazioni su chi o cosa incontriamo nella nostra quotidianità. Alcuni studiosi della materia, come Theodore Isaac Rubin, definiscono l’atteggiamento come l’insieme di componenti cognitive, affettive e conative.Le prime si riferiscono ai pensieri, all’analisi e alle informazioni di cui disponiamo relativamente all’oggetto con cui interagiamo; le seconde sono i sentimenti e le emozioni che proviamo; le componenti conative sono invece le intenzioni che ci spingono ad agire.Per fare un esempio molto semplice, diciamo che quando al supermercato ci soffermiamo a guardare un prodotto, sperimentiamo tutte queste componenti. Quella cognitiva si riferisce a ciò che sappiamo di quel prodotto: le sue caratteristiche, gli ingredienti, le garanzie di sicurezza, le esperienze precedenti fatte da noi stessi o da altre persone che ci hanno informato al riguardo. La componente affettiva si riferisce a ciò che proviamo guardando quel prodotto: curiosità, senso di sicurezza, golosità, disgusto. La componente conativa è quella che ci fa decidere di acquistare o non acquistare il prodotto esposto.La componente affettiva è considerata il cuore degli atteggiamenti. Un atteggiamento perdura anche se la componente cognitiva manca o è stata dimenticata e, cosa importante da sottolineare, il contenuto cognitivo non determina in modo automatico la componente affettiva.La componente affettiva è più durevole nel tempo e più centrale di quella cognitiva: un atteggiamento sperimentato una volta tende a ripresentarsi un’altra volta. È la componente affettiva che i pubblicitari vogliono influenzare (e ci riescono!).La componente conativa (di spinta all’azione) indica, come abbiamo detto, la tendenza al comportamento nei confronti dell’oggetto.I sentimenti di simpatia, empatia e antipatia sono strettamente correlati all’atteggiamento.Giusto per toglierci subito il fastidio di analizzare l’aspetto più “antipatico” della questione, iniziamo a chiederci cos’è l’antipatia.L’antipatia è una forma più o meno intensa di avversione contro le persone o le cose. Il termine antipatia deriva dal greco antipátheia che significa sentimento avverso, a sua volta composto da anti, cioè contro, e pathos, una delle due forze che, secondo il pensiero greco, regolano l’animo umano; esso corrisponde alla sua parte emozionale e irrazionale e si oppone al logos, che è la parte razionale.L’antipatia può avere origine all’interno della persona o può avere cause esterne; può essere individuale o collettiva e può essere momentanea o duratura.L’antipatia si evidenzia con l’uso del linguaggio, ma ancor più attraverso la comunicazione non verbale, come lo sguardo, la mimica facciale, la postura, l’orientamento del corpo nello spazio e così via. Nasce spesso da fattori superficiali, come abbigliamento, gestualità, caratteristiche fisiche, modalità di comunicazione che evidentemente ci colpiscono negativamente. Anche macro fattori come lo stile di vita, la cultura di provenienza o il tipo di alimentazione possono essere alcuni fattori scatenanti dell’antipatia.
Sympathetic Unpleasant
How many times do we use these terms to define the people we relate to? Sometimes we ourselves are the object of our evaluations when we analyze our behavior in relation to a particular person or situation.
But what exactly are these characteristics and where do they come from?
Before talking about sympathy, dislike and empathy it is important to clarify the concept of attitude. A help comes to us from social psychology that defines it as a set of predispositions, feelings, opinions and information about who or what we encounter in our daily lives. Some scholars of the subject, such as Theodore Isaac Rubin, define the attitude as the set of cognitive, affective and conative components.
The former refer to the thoughts, analysis and information we have about the object we interact with; the second are the feelings and emotions we experience; the conative components are the intentions that drive us to act.
To give a very simple example, let’s say that when we go to the supermarket to look at a product, we experiment all these components. The cognitive one refers to what we know about that product: its characteristics, the ingredients, the guarantees of safety, the previous experiences made by ourselves or by other people who have informed us about it. The emotional component refers to what we feel by looking at that product: curiosity, a sense of security, gluttony, disgust. The conative component is the one that makes us decide to buy or not to buy the exposed product.
The emotional component is considered the heart of attitudes. An attitude persists even if the cognitive component is missing or has been forgotten and, important to underline, cognitive content does not automatically determine the affective component.
The affective component is more durable over time and more central than cognitive: an experienced attitude once tends to recur again. It is the emotional component that advertisers want to influence (and they succeed!).
The conative component (of push to action) indicates, as we have said, the tendency towards behavior towards the object.
Feelings of sympathy, empathy and antipathy are closely related to the attitude.
Just to get rid of the annoyance of analyzing the most “unpleasant” aspect of the question, we begin to ask ourselves what the antipathy is.
Dislike is a more or less intense form of aversion to people or things. The term antipathy derives from the Greek antipátheia which means adverse feeling, in turn composed of anti, that is against, and pathos, one of the two forces that, according to Greek thought, regulate the human soul; it corresponds to its emotional and irrational part and opposes the logos, which is the rational part.
Dislike may originate within the person or may have external causes; it can be individual or collective and can be temporary or lasting.
Dislike is highlighted with the use of language, but even more through non-verbal communication, such as gaze, facial expressions, posture, body orientation in space and so on. It is often born of superficial factors, such as clothing, gestures, physical characteristics, modes of communication that evidently affect us negatively. Even macro factors such as lifestyle, culture of origin or type of food can be some triggers of antipathy.
È possibile che si provi antipatia verso qualcuno o qualcosa ritenuto portatore di esperienze negative o comunque che in passato non ci abbia fornito ricompense o rinforzi positivi, oltre alle persone che non elaborano idee e pensieri come i nostri e attuano comportamenti diversi.
È più facile provare antipatia nei confronti di qualcuno o qualcosa, se il luogo d’incontro è stato tutt’altro che piacevole (ad esempio rumoroso o insidioso).
Opposto all’antipatia è Il sentimento della simpatia. Deriva dal greco sympatheia, parola composta che, letteralmente, significa patire insieme, provare emozioni con.
La simpatia nasce quando i nostri sentimenti ed emozioni provocano simili sentimenti anche in un’altra, creando uno stato di “sentimento condiviso”.
Se volete approfondire il tema della simpatia, da un punto di vista filosofico, i due più grandi teorici sull’argomento sono stati David Hume e Max Scheler.
Tra i tre fenomeni, forse quello meno profondamente conosciuto, almeno da un punto di vista teorico, è quello dell’empatia, anche se ultimamente la parola viene usata e abusata in tante situazioni e, purtroppo, non sempre nella corretta accezione.
L’empatia è la capacità di comprendere lo stato d’animo di chi ci è vicino, indipendentemente che quest’ultimo stia provando emozioni e sentimenti positivi o negativi. È ciò che, in parole semplici, viene definito mettersi nei panni dell’altro.
La parola deriva dal greco empatéia, a sua volta composta da en, che significa dentro, e pathosche, come abbiamo già visto, indica i sentimenti e le emozioni dell’animo umano. Anticamente questo termine era usato per descrivere la relazione di vicinanza e partecipazione che si instaurava tra l’autore-cantore (oggi lo chiameremmo cantautore) e il suo pubblico.
L’utilizzo moderno della parola empatia risale a fine Ottocento, ad opera di Robert Vischer, uno studioso di arti figurative. Egli coniò questa parola per indicare la capacità dell’uomo di entrare in contatto e cogliere il valore simbolico della natura; quindi la capacità di sentire e percepire la natura esterna come interna, appartenente in tutto e per tutto al proprio corpo. Ampliando il concetto di partenza, l’empatia rappresenta perciò la capacità di diventare tutt’uno con i sentimenti e le energie che provengono dall’esterno.
Nelle scienze umane, il termine empatia descrive l’atteggiamento di una persona verso gli altri caratterizzato da un impegno di comprensione dell’altro, indipendentemente dalle implicazioni affettive, cioè la simpatia o l’antipatia, e i giudizi etici o morali.
Studi fondamentali in questo campo sono quelli di Darwin sulle emozioni e sulla comunicazione mimica delle stesse. Molto più recenti sono i risultati delle ricerche condotte da Giacomo Rizzolatti sui neuroni specchio: da questi ultimi è facile arrivare alla conclusione, ormai riconosciuta da tutti, che l’empatia non nasce da un lavoro intellettuale, bensì è parte del patrimonio genetico della specie. Su questi temi, interessanti studi sono stati condotti anche da Daniel Stern, psichiatra e psicanalista statunitense.
Il contrario dell’empatia non è perciò l’antipatia, bensì la dispatia, termine non contemplato nei comuni vocabolari. La dispatia indica l’incapacità o il rifiuto di condividere i sentimenti altrui.
It is possible that you feel dislike towards someone or something considered a bearer of negative experiences or in any case that in the past has not provided us with positive rewards or reinforcements, in addition to people who do not elaborate ideas and thoughts like ours and implement different behaviors.
It is easier to dislike someone or something, if the meeting place was anything but pleasant (for example noisy or insidious).
Opposite to antipathy is the feeling of sympathy. Comes from the Greek sympatheia, compound word that, literally, means to suffer together, to feel emotions with.
Sympathy arises when our feelings and emotions cause similar feelings in another, creating a state of “shared feeling”.
If you want to deepen the theme of sympathy, from a philosophical point of view, the two greatest theoreticians on the subject were David Hume and Max Scheler.
Among the three phenomena, perhaps the least profoundly known, at least from a theoretical point of view, is that of empathy, even if lately the word is used and abused in many situations and, unfortunately, not always in the correct sense.
Empathy is the ability to understand the mood of those around us, regardless of whether they are experiencing positive or negative emotions and feelings. It is what, in simple words, is defined as putting oneself in the shoes of the other.
The word comes from the Greek empatéia, in turn composed of en, which means inside, and pathosche, as we have already seen, indicates the feelings and emotions of the human soul. In ancient times this term was used to describe the relationship of closeness and participation that was established between the author-singer (today we would call him singer-songwriter) and his audience.
The modern use of the word empathy dates back to the late nineteenth century, by Robert Vischer, a scholar of visual arts. He coined this word to indicate man’s ability to come into contact and to grasp the symbolic value of nature; therefore the ability to feel and perceive external nature as internal, belonging in all respects to one’s body. Expanding the concept of departure, empathy therefore represents the ability to become one with the feelings and the energies that come from the outside.
In the human sciences, the term empathy describes a person’s attitude towards others characterized by a commitment to understanding others, independently of affective implications, ie sympathy or antipathy, and ethical or moral judgments.
Fundamental studies in this field are those of Darwin on emotions and mime communication of the same. Much more recent are the results of research conducted by Giacomo Rizzolatti on mirror neurons: from these it is easy to reach the conclusion, now recognized by all, that empathy is not born from an intellectual work, but is part of the genetic heritage of the species. On these issues, interesting studies were also conducted by Daniel Stern, American psychiatrist and psychoanalyst.
The opposite of empathy is therefore not antipathy, but dispatation, a term not contemplated in common vocabularies. Dispattion indicates the incapacity or refusal to share the feelings of others.

Unico

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *