Malinconia – Nostalgia

Credo che la malinconia sia un problema musicale, una dissonanza, un ritmo alterato. Mentre fuori tutto accade con un vertiginoso ritmo da cascata, dentro c’è una lentezza esausta da goccia d’acqua che cade di tanto in tanto. Ecco perché quel fuori contemplato dal dentro melanconico risulta assurdo e irreale e costituisce la farsa che tutti dobbiamo rappresentare.
Alejandra Pizarnik
È la nostalgia a nutrire la nostra anima, non l’appagamento; e il senso della nostra vita è il cammino, non la meta. Perché ogni risposta è fallace, ogni appagamento ci scivola tra le dita, e la meta non è più tale appena è stata raggiunta.
Arthur Schnitzler
Succede che una mattina ti svegli e vedi che fuori non piove più e allora ti chiedi – beh? Che è successo?
Ecco, quella mattina successe a me che da tanto tempo non amavo, ma non per chissà quale motivo, non amavo e manco io sapevo il motivo preciso, ma forse sì che lo sapevo: che senso poteva avere per me l’amare se non amare che te?
Quella mattina io avevo una gran voglia di dirti “ti amo”, almeno credo.
Quanto mi manchi amore mio. Certo, io lo sapevo già dentro di me di questa cosa che mi manchi ma l’ho capita bene solo quando fuori ha smesso di piovere e a me mi giocava il cuore.
È che prima avevo la scusa per non vedere il sole, pioveva, mica era colpa mia, ma le nuvole ora sono andate via portandosi dietro tutte le scuse. Ok, tu non ci sei, ok, ma va bene, va bene anche se va male, va bene perché io ti amo lo stesso.
C’è come un diario che ho chiuso nel petto, sento che devo tirarlo fuori e devo farlo senza schemi se non gli schemi che mi porto nel cuore.
Ah! Mannaggia mannaggia, mannaggia al cuore che non sa far calcoli ma che pure spesso sbaglia i conti.
Ma io non ero riuscito a dirti quel ti amo.
Era una primavera quando andasti via, lo ricordi? Io cercavo di farmi forza, la vita andava avanti sentivo dirmi da tutti.
Quando te ne sei andata io mi sono un po’ rincoglionito.
Mi persi, diciamoci la verità, perdendoti io mi persi. E tu? Ah! No scusa, non volevo chiederti se anche tu ci sei rimasta male, era un e tu come stai? Roba del genere insomma, un e tu cosa fai ora? Che stai facendo adesso, adesso è in questo momento, che stai facendo in questo momento? Non mi interessa cosa stai facendo nella vita, io non ci sono più nella tua vita, cosa vuoi che mi importi?
Sicuramente starai facendo tante cose belle, bellissime, ma a me importa adesso, adesso adesso mi importa, adesso in questo momento. Io adesso ti sto pensando facendomi del male. Io vorrei non pensarti ed averti invece qui, qui vicino a me.
Ma non ci sei. Non voglio pensarti ma non lasciarmi solo, non andare via anche dai miei sogni.
Tu dolce ferita mi tagli il cuore, ma io sorrido sai? Non mi fa male questo maledetto male. Sorrido perché dentro ci sei te e ti vedo, almeno posso vederti. Ti vedo pure che dai un bacio a quello lì e questo un pò a dirti il vero mi fa incazzare.
Ma tu non lasciarmi lo stesso, tienimi con te pure se sono incazzato.
Tienimi con te. Non mi fa male la ferita al cuore, no, non mi fa male, sei tu che non ci sei, non andare via oltre.
A volte mi sento tanto forte da poterti dire che non esisti senza di me.
Ma non è vero sai? È che ci provo ad andare avanti, bisogna comunque provarci o almeno provo a convincermi che bisogna provarci.
Fossi riuscito a dirti ti amo oggi me ne fotterei della pioggia che smette o che non smette, facesse cosa cavolo vuole la pioggia, fossi riuscito a dirti ti amo io ora non sarei qui a pensare a dimenticarti senza cancellarti.
Sei incancellabile tu.
Sei come quelle macchie di inchiostro sul taschino della camicia, solo che sulla camicia ci puoi mettere una giacca, un maglioncino, ma su di te cosa ci posso mettere?
Charles Bukowski
It happens that one morning you wake up and see that it does not rain outside and then you wonder – well? What happened?
Here, that morning happened to me that for a long time I did not love, but not for some reason, I did not love and I did not know the exact reason, but maybe I knew it: what sense could have for me love if you do not love that you?
That morning I had a great desire to tell you “I love you”, at least I think.
How I miss you my love. Of course, I already knew this inside of me that I miss you but I understood well only when it stopped raining outside and my heart was playing.
It is that before I had the excuse not to see the sun, it was raining, it was not my fault, but the clouds are now gone away carrying all the excuses. Ok, you’re not there, ok, but that’s okay, okay even if it’s bad, okay because I love you anyway.
There is a diary that I have closed in the chest, I feel that I have to take it out and I have to do it without schemes if not the patterns that I carry in my heart.
Ah! Mannaggia damn, damn the heart that can not make calculations but that often wrong accounts.
But I could not tell you that I love you.
It was a spring when you left, do you remember? I tried to force myself, life went on, I heard everyone say to me.
I was a little stoned when you left.
I lost myself, let’s tell the truth, losing myself I lost myself. And you? Ah! No excuse, I did not want to ask you if you were too bad, it was a and how are you? So stuff like that, a and what do you do now? What are you doing now, now it’s right now, what are you doing right now? I do not care what you’re doing in life, I’m not there anymore in your life, what do you want me to care?
Surely you will be doing so many beautiful things, beautiful, but I care now, now I care now, right now. I’m thinking of you now hurting me. I would rather not think of you and have you here instead, here near me.
But you’re not there. I do not want to think about you but do not leave me alone, do not go away even from my dreams.
You sweet wound cut my heart, but I smile you know? It does not hurt this damn bad. I smile because inside you and I see you, at least I can see you. I also see you give a kiss to that there and this to tell you the truth makes me angry.
But you do not leave me the same, keep me with you even if I’m pissed off.
Keep me with you. The wound in my heart does not hurt me, no, it does not hurt me, it’s you that you’re not there, do not go away any further.
Sometimes I feel so strong that I can tell you that you do not exist without me.
But it’s not true you know? It’s that I try to go on, we still have to try or at least I try to convince myself that we have to try.
I was able to tell you I love you today I would fuck the rain that stops or does not stop, do what the hell wants the rain, I could tell you I love you now I would not be here to think of forgetting without erasing.
You are indelible.
You’re like those ink stains on your shirt pocket, except that you can put a jacket on your shirt, a sweater, but what can I put on you?
Charles Bukowski

Nostalgia è talvolta essere innamorati dell’amore, che non trova in alcun modo corrispondenza nella propria reale esperienza personale.
Nostalgia is sometimes being in love with love, which does not find in any way correspondence in its own personal experience.

 


Cosa desideriamo quando siamo nostalgici? Il nostro passato? Una rinascita di quel passato nel nostro futuro? Il passato in sé, ciò che è perduto, l’età aurea, l’infanzia e la giovinezza? Oppure qualcosa di ancora più vago, che non sappiamo definire o anche solo abbozzare, ma che desideriamo intensamente: un ideale, una visione di completezza, di felicità? Qualunque risposta abbiate dato, tranquilli: è quella corretta.
Non c’è sentimento forse più sfaccettato della nostalgia. Ingredienti: rimpianto, rimorso, desiderio, tensione, aspirazione, struggimento. Piuttosto diversi tra loro, in effetti. Perché è la nostalgia stessa a racchiudere infinite possibilità – scrittori, poeti e filosofi lo sanno da secoli, e le hanno dedicato romanzi, trattati, poesie, saggi. Il nuovo, bellissimo film di Spike Jonze, HerLei, storia d’amore nemmeno troppo fantascientifica tra l’umano Theodore e il sistema operativo Samantha, parla anche di questo. Forse soprattutto di questo, più che di rapporti tra uomini e tecnologia o semplicemente d’amore. Lei, come un articolo di Sette ha ben sottolineato qualche settimana fa, è anzitutto un film sulla mancanza, la nostalgia, l’assenza: una triade micidiale.
Theodore, come lo conosciamo all’inizio del film, è un uomo solo, un uomo cui manca qualcosa – e parrebbe proprio essere una donna, l’ex moglie da cui sta divorziando pur essendone ancora innamorato. Manca terribilmente, quella figura, nella sua vita, e ha lasciato un vuoto enorme: la nostalgia iniziale di Theodore è nostalgia del passato, di un passato ben preciso, quello con la moglie, in cui era felice. Nostalgia transitiva, con complemento oggetto. O forse no. Perché poi Theo si innamora di Samantha, arrivando a dirle di non aver mai amato nessuno come lei: dunque la nostalgia della moglie era forse, in realtà, nostalgia del sentimento, volontà di riportare in vita l’amore sepolto nel passato, di riviverlo ancora. Una nostalgia più sottile della precedente, ma ancora definibile. Ma nel suo aprirsi lentamente a Samantha, Theodore rivela ulteriori tasselli di sè. “A volte penso di aver già vissuto tutto, e che vivrò solo versioni minore delle emozioni che ho già provato” dirà a Sam dopo un’uscita andata male con una bella ragazza: un nuovo senso nostalgico, il rimpianto e lo struggimento per qualcosa di ancor meno definito. Non di una persona, non di una relazione specifica, di un sentimento e un’emozione precisi, quanto di un tempo, uno stato d’essere passato. Nostalgia per una vaga età felice che tutti avvertiamo alle spalle, l’infanzia forse, o la giovinezza, ricordo indistinto e inafferrabile, ma che tutti vorremmo acciuffare e tirare fuori dal cilindro del tempo. E infine, ovviamente, c’è la nostalgia per Samantha, ossia il desiderio (di Theo, e dello spettatore) mai esaudito appieno, verso di lei, sempre fuori schermo. Questa nostalgia è la più fumosa e indistinta in assoluto: come avere nostalgia di qualcosa che non si conosce? Che non si è mai avuto davvero? Qualcosa di sempre assente, come Samantha che non ha presenza fisica? Eppure è la forma più potente. La nostalgia diventa tensione, aspirazione. Samantha esiste in una realtà diversa da quella fisica, lo dice lei stessa al termine del film, ed è impossibile per lei e Theodore avere altro contatto che la voce; eppure è lei, inafferrabile e irraggiungibile per definizione, a riempire la vita di Theodore, a provocare struggimento, dolore, desiderio, aspirazione: nostalgia dunque.
What do we want when we are nostalgic? Our past? A rebirth of that past in our future? The past in itself, what is lost, the golden age, childhood and youth? Or something even more vague, which we do not know how to define or even to sketch, but which we desire intensely: an ideal, a vision of completeness, of happiness? Whatever answer you have given, do not worry: it is the correct one.
There is perhaps no more multi-faceted feeling of nostalgia. Ingredients: regret, remorse, desire, tension, aspiration, yearning. Rather different from each other, in fact. Because nostalgia itself contains endless possibilities – writers, poets and philosophers have known it for centuries, and have dedicated them novels, treatises, poems, essays. The new, beautiful film by Spike Jonze, Her – She, a not too sci – fi love story between the human Theodore and the Samantha operating system, also speaks of this. Perhaps above all of this, more than of relationships between men and technology or simply love. She, as an article by Sette has pointed out a few weeks ago, is first of all a film about lack, nostalgia, absence: a deadly triad.
Theodore, as we know him at the beginning of the film, is a lonely man, a man who is missing something – and it would seem to be a woman, the ex-wife he is divorcing from while still being in love with her. This figure is terribly missing in his life, and has left a huge void: the initial nostalgia of Theodore is nostalgia for the past, for a very precise past, the one with his wife, in which he was happy. Transitive Nostalgia, with object complement. Or maybe not. Because then Theo falls in love with Samantha, coming to tell her that he has never loved anyone like her: therefore the wife’s nostalgia was perhaps, in reality, nostalgia for the feeling, the will to bring back to life the love buried in the past, to relive it again . A more subtle nostalgia than the previous one, but still definable. But as he slowly opens up to Samantha, Theodore reveals more pieces of himself. “Sometimes I think I’ve already experienced everything, and I’ll live only minor versions of the emotions I’ve already tried” he will say to Sam after a bad outing with a beautiful girl: a new sense of nostalgia, regret and yearning for something even less defined. Not of a person, not of a specific relationship, of a precise feeling and emotion, as of a time, a past state of being. Nostalgia for a vague happy age that we all experience behind us, perhaps childhood, or youth, indistinct and elusive memory, but that we all want to catch and pull out of the time cylinder. And finally, of course, there is the nostalgia for Samantha, that is the desire (of Theo, and the spectator) never fully fulfilled, towards her, always out of screen. This nostalgia is the most smoky and indistinct in absolute: how to have nostalgia for something that you do not know? What has never really been? Something always absent, like Samantha who has no physical presence? Yet it is the most powerful form. Nostalgia becomes tension, aspiration. Samantha exists in a reality different from the physical one, she herself says it at the end of the film, and it is impossible for her and Theodore to have other contact than the voice; yet it is she, elusive and unreachable by definition, to fill the life of Theodore, to provoke yearnings, pain, desire, aspiration: nostalgia then.

 

I tedeschi sanno essere geniali, a volte. Dove noi abbiamo una sola parola, loro la moltiplicano per tre. Heimweh, il dolore verso la patria, è la nostalgia dell’emigrante, di Ulisse per Itaca: la nostalgia che sa bene a che puntare, sia essa la terra natale o altro. La nostalgia di Theodore per la moglie, per dire. Nostalgie è generico: può andar bene per cose materiali e immateriali, per rimpianti e desideri. Theodore, insomma, ha nostalgia dell’amore, o delle stagioni passate della sua vita che gli paiono migliori. Ma poi c’è Sehnsucht, tedeschissima e bellissima nostalgia che si porta dentro sehnen, vagheggiare, e Sucht, la ricerca: nostalgia come aspirazione, tensione, vagheggiamento di un nonsoche sempre sfuggente. Chi ha reminiscenze di letteratura tedesca ricorderà bene il “fiore blu” dei poeti romantici, simbolo della Sehnsucht, dell’ideale che guida e conduce la vita senza lasciarsi mai avvicinare, mai afferrare. Samantha è il fiore blu di Theodore, la meta cui tendere, colei che ha colmato di senso la vita. Ma che è lontana, che sfugge. Assente.
Perché la nostalgia è, comunque, sempre  figlia di un’assenza: e immagini di assenza ricorrono spesso nel film. Donne che si allontanano di spalle, grandi vetrate, sguardi persi fuori dalle finestre, schermi neri, boschi innevati. Difficile far comparire sullo schermo qualcosa che non c’è, eppure nel film si avverte continuamente questa mancanza, questo disequilibrio dell’immagine, della storia: manca qualcosa, manca lei. Lei chi? Colpo di genio, Lei è un titolo che più vago non si potrebbe: lei Samantha? Oppure la ex? O l’amica Amy? Oppure altro ancora, altro che il film non vuole – e non può – mostrare? Lei l’assenza: assenza come vuoto in pienezza, come mancanza che riempie completamente un tempo e un luogo. Avvertire nostalgia significa constatare la presenza di un’assenza ed esserne pervasi. Assenza come privazione: di uno scopo, di un sentimento, di una persona, di certezze o di libertà, di stimoli, di prospettive, di volontà. Assenza come slancio per ricercare quello che si è perso – o non si è mai avuto -, come propulsore e miccia. Assenza come pagina bianca, nuovo inizio, creatrice di possibilità. Assenza come condizione esistenziale di desiderio, di nostalgia intesa quale aspirazione a qualcosa di più alto, di più perfetto, a una promessa di miglioramento e felicità. Ci sono molta tragicità e molta speranza, molta malinconia e molta euforia nell’assenza, dove gli opposti a volte combaciano: totale mancanza e piena potenzialità. Come raccontare tutto ciò? Come mostrare l’assenza? Impresa vertiginosa. Spike Jonze ci riesce perfettamente nell’aereo, ipnotico e bellissimo finale sul tetto, con il vuoto attorno ai due malinconici protagonisti, vicini e lontani, soli e insieme, ognuno con le proprie assenze, le proprie aspirazioni, le proprie nostalgie. E davanti le promesse luccicanti dei grattacieli. Ma lontane, irraggiungibili.
Germans can be brilliant at times. Where we have only one word, they multiply it by three. Heimweh, the pain towards the homeland, is the nostalgia of the emigrant, of Ulysses for Ithaca: the nostalgia that knows well which to aim, be it the homeland or other. Theodore’s nostalgia for his wife, to say. Nostalgie is generic: it can be good for material and immaterial things, for regrets and desires. Theodore, in short, has nostalgia for love, or the past seasons of his life that seem best. But then there is Sehnsucht, a very beautiful and nostalgic German nostalgia that carries within sehnen, vague, and Sucht, the search: nostalgia as aspiration, tension, the longing for a never-elusive nonsoche. Those who remember German literature will remember well the “blue flower” of the romantic poets, symbol of the Sehnsucht, of the ideal that guides and leads life without ever allowing itself to be approached, never grasp. Samantha is the blue flower of Theodore, the goal to aim for, the one that has filled life with meaning. But that is far away, that escapes. Absent.
Because nostalgia is, however, always the daughter of an absence: and images of absence often recur in the film. Women who turn away from their backs, large windows, glances lost out of windows, black screens, snowy woods. Difficult to make something on the screen appear that is not there, yet in the film you constantly feel this lack, this imbalance of the image, of history: something is missing, missing her. She, who? Stroke of genius, she is a title that more vague could not: she Samantha? Or the former? Or friend Amy? Or else, other than the film does not want – and can not – show? She is the absence: absence as a void in fullness, as a lack that completely fills a time and a place. To feel nostalgia means to recognize the presence of an absence and be pervaded by it. Absence as a deprivation: of a purpose, of a feeling, of a person, of certainties or freedom, of stimuli, of perspectives, of will. Absence as an impulse to search for what has been lost – or never has – as a propeller and fuse. Absence as a blank page, a new beginning, a creator of possibilities. Absence as an existential condition of desire, of nostalgia understood as aspiration to something higher, more perfect, to a promise of improvement and happiness. There is a lot of tragedy and a lot of hope, a lot of melancholy and a lot of euphoria in the absence, where the opposites sometimes match: total lack and full potentiality. How to tell all this? How to show the absence? Dizzying company. Spike Jonze succeeds perfectly in the aircraft, hypnotic and beautiful final on the roof, with the void around the two melancholic protagonists, near and far, alone and together, each with their own absences, their aspirations, their own nostalgia. And in front of the shining promises of skyscrapers. But far away, unattainable.

 

Unico

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