La Persona Politica

Chi sa, fa. Chi non sa, insegna. Chi non sa nemmeno insegnare, dirige. Chi non sa nemmeno dirigere, fa il politico. Chi non sa nemmeno fare il politico, lo elegge.
Sisto VI

Oggi una persona politica come quella rappresentata nel fronte- spizio è considerata un’aliena.
Today a political person like the one represented in the front-
spice is considered an alien.

La Persona politica
Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’a persona politica: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di: dedizione appassionata a una “causa” , al dio o al diavolo che la dirige. Essa non crea la persona politica se non mettendolo al servizio di una “causa” e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione. Donde la necessità della lungimiranza – attitudine psichica decisiva per la persona politica – ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e le persone.
La “mancanza di distacco”, semplicemente come tale, è uno dei peccati mortali di qualsiasi persona politica e una di quelle qualità che, coltivate nella giovane generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all’inettitudine politica. E il problema è appunto questo: come possono coabitare in un medesimo animo l’ardente passione e la fredda lungimiranza? La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell’animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev’essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente “si agitano a vuoto”, è solo possibile attraverso l’abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola. La “forza” di una “personalità” politica dipende in primissimo luogo dal possesso di siffatte doti. La persona politica deve perciò soverchiare dentro di sé, giorno per giorno e ora per ora, un nemico assai frequente e ben troppo umano: la vanità comune a tutti, nemica mortale di ogni effettiva dedizione e di ogni “distanza”, e, in questo caso, del distacco rispetto a se medesimi. La vanità è un difetto assai diffuso, e forse nessuno ne va del tutto esente. Negli ambienti accademici e universitari è una specie di malattia professionale. Giacché si danno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politica: mancanza di una “causa” giustificatrice e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre, coincidente con la prima). La vanità, ossia il bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la propria persona, induce la persona politica nella fortissima tentazione di commettere uno di quei peccati o anche tutti e due. Tanto più, in quanto il demagogo è costretto a contare “sull’efficacia”, ed è perciò continuamente in pericolo di divenire come un istrione, come pure di prendere alla leggera la propria responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi soltanto “dell’impressione” che egli o ella riesce a dare. Egli o ella rischia, per mancanza di una causa, di scambiare nelle sue aspirazioni la prestigiosa apparenza del potere per il potere reale e, per la mancanza di responsabilità, di godere del potere semplicemente per amor della potenza, senza dargli uno scopo per contenuto. Il mero “politico della potenza”, quale cerca di glorificarlo un culto ardentemente professato anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma opera di fatto nel vuoto e nell’assurdo. In ciò i critici della “politica di potenza” hanno pienamente ragione. Dall’improvviso intimo disfacimento di alcuni tipici rappresentanti di quell’indirizzo, abbiamo potuto apprendere per esperienza quale intrinseca debolezza e impotenza si nasconda dietro questo atteggiamento borioso ma del tutto vuoto. E’ perfettamente vero, ed è uno degli elementi fondamentali di tutta la storia , che il risultato finale dell’azione politica è spesso, dico meglio, è di regola in un rapporto  inadeguato è sovente addirittura paradossale col suo significato originario. Ma appunto perciò non deve mancare all’azione politica questo suo significato di servire a una causa, ove essa debba avere una sua intima consistenza. Quale debba essere la causa per i cui fini la persona politica aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede. Egli o ella può servire la nazione o l’umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mondani o religiosi, può essere sostenuto da una ferma fede nel “progresso” non importa in qual senso – oppure può freddamente respingere questa forma di fede, può inoltre pretendere di mettersi al servizio di una “idea”, oppure, rifiutando in linea di principio siffatta pretesa, può voler servire i fini esteriori della vita quotidiana – sempre però deve avere una fede. Altrimenti la maledizione della nullità delle creature incombe effettivamente – ciò è assolutamente esatto – anche sui successi politici esteriormente più solidi.
The Political Person
Three qualities can be said to be extremely decisive for a political person: passion, sense of responsibility, foresight. Passion in the sense of: passionate dedication to a “cause”, to the god or to the devil who directs it. It does not create the political person if not putting him at the service of a “cause” and then making the responsibility, in the case of this cause, the determining guide of the action. Hence the need for far-sightedness – decisive psychic attitude for the political person – that is, the capacity to let reality work on us with inner calm and recollection: how to say, that is, the distance between things and people.
The “lack of detachment”, simply as such, is one of the mortal sins of any political person and one of those qualities that, cultivated in the young generation of our intellectuals, will condemn them to political ineptitude. And the problem is precisely this: how can the ardent passion and cold foresight cohabit in the same mind? Politics is done with the brain and not with other parts of the body or with other faculties of the soul. And yet the dedication to politics, if this should not be a frivolous intellectual game but a frankly human action, can be born and be nourished only by passion. But that firm control of one’s own soul that characterizes the passionate politician and distinguishes him from the amateurs of politics who simply “stirred up”, is only possible through the habit of distance in every sense of the word. The “strength” of a political “personality” depends in the first place on the possession of such qualities. The political person must therefore overwhelm within himself, day by day and hour by hour, a very frequent and too human enemy: the vanity common to all, the mortal enemy of every effective dedication and of every “distance”, and, in this case of detachment from themselves. Vanity is a widespread defect, and perhaps none is completely exempt. In academic and university environments it is a kind of occupational disease. Since there are ultimately only two species of mortal sins on the ground of politics: lack of a justifying “cause” and lack of responsibility (often, but not always, coinciding with the first). Vanity, that is, the need to highlight one’s person in the foreground, induces the political person in the very strong temptation to commit one of those sins or even both. Especially since the demagogue is forced to count on “effectiveness”, and is therefore continually in danger of becoming a histrion, as well as taking lightly his responsibility for the consequences of his actions and of worrying only “of ‘impression’ that he or she can give. He or she risks, for lack of a cause, to exchange in his aspirations the prestigious appearance of power for real power and, for the lack of responsibility, to enjoy power simply for the sake of power, without giving it a purpose for content. The mere “politician of power”, as he tries to glorify him a cult ardently professed by us, can exert a strong influence, but actually acts in emptiness and in the absurd. In this the critics of the “power politics” are completely right. From the sudden intimate undoing of some typical representatives of that address, we have been able to learn from experience what intrinsic weakness and powerlessness hides behind this arrogant but completely empty attitude. It is perfectly true, and is one of the fundamental elements of the whole story, that the final result of political action is often, I say better, it is usually in an inadequate relationship is often even paradoxical with its original meaning. But precisely, therefore, this must not be lacking in political action to serve a cause, where it must have its own intimate substance. What should be the cause for whose ends the political person aspires to power and uses power, is a question of faith. He or she can serve the nation or humanity, can give its work for social, ethical or cultural, worldly or religious purposes, it can be sustained by a firm faith in “progress” no matter in what sense – or it can coldly reject this form of faith, can also claim to put itself at the service of an “idea”, or, in principle rejecting such a claim, may want to serve the outer ends of daily life – but always must have a faith. Otherwise the curse of the nullity of creatures actually looms – this is absolutely correct – even on outwardly more solid political achievements.

 

Unico

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *