Ritorno Al Passato

Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna realtà mia propria, ero in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che m’avevano data; cioé vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io non essendo io propriamente nessuno per me: tanti Moscarda quanti essi erano.
Luigi Pirandello
I didn’t know myself at all, I didn’t have any reality of my own for myself, I was in a state of continuous, almost fluid, malleable illusion; the others knew me, each in his own way, according to the reality they had given me; that is, they saw in me each a Moscarda, which was not me, since I was really no one for me: so many Moscarda as they were.
Luigi Pirandello

 

“So di non sapere” è il motto socratico più famoso insieme a “conosci te stesso”: in effetti, la premessa della ricerca filosofica è proprio la coscienza della propria ignoranza. Sapiente è soltanto chi sa di non sapere: questa la conclusione di Socrate circa il responso dell’oracolo di Delfi, che lo proclamava il più sapiente degli uomini. Per comprendere tale affermazione va tenuto presente il contesto nel quale fu formulata: quello del clima sofistico, ancora pervaso dall’eco dell’agnosticismo metafisico di Protagora e di Gorgia e dalla velata polemica contro i naturalisti. È vero sapiente, dunque, soltanto colui che ha compreso che intorno alle cause e alle strutture del Tutto non è possibile raggiungere alcuna certezza. Tuttavia, quanto detto finora non autorizza un’interpretazione del filosofo in chiave scettica. Se sostiene che, circa questioni ontologiche o cosmologiche, “unicamente sapiente è il Dio”, per quanto riguarda problemi etico-esistenziali la sua posizione è tutt’altro che agnostica. Solo chi sa di non sapere, infatti, cerca di sapere; laddove chi si crede già in possesso di certezze inoppugnabili non sente l’esigenza di un’ulteriore ricerca. In tal senso la formula socratica diviene una denuncia di quelle categorie di individui (sacerdoti, politici ecc.) che pretendono di conoscere perfettamente l’uomo dall’alto delle loro dogmatiche certezze. Sapere di non sapere, infine, è un’affermazione dalla duplice natura: da un lato, richiama ai limiti della ricerca in ambito metafisico; dall’altro, funge da invito all’indagine, basata sull’esperienza, dei problemi umani.
“I know not to know” is the most famous Socratic motto together with “know yourself”: in fact, the premise of philosophical research is precisely the awareness of one’s own ignorance. Only those who know they do not know are wise: this is Socrates’ conclusion about the response of the oracle of Delphi, who proclaimed him the wisest of men. To understand this affirmation the context in which it was formulated must be kept in mind: that of the sophistical climate, still pervaded by the echo of the metaphysical agnosticism of Protagoras and Gorgias and by the veiled controversy against naturalists. Only the one who has understood that around the causes and structures of the Whole it is not possible to reach any certainty is true. However, what has been said so far does not authorize an interpretation of the philosopher in a skeptical key. If he maintains that, concerning ontological or cosmological questions, “only the wise is the God”, as far as ethical-existential problems are concerned his position is anything but agnostic. Only those who know they do not know, in fact, seek to know; where those who believe they already possess conclusive certainties do not feel the need for further research. In this sense the Socratic formula becomes a denunciation of those categories of individuals (priests, politicians, etc.) who claim to know man perfectly from the height of their dogmatic certainties. To know that we do not know, finally, is an affirmation from the double nature: on the one hand, it refers to the limits of research in the metaphysical field; on the other hand, it serves as an invitation to the investigation, based on experience, of human problems.

 

Unico

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