Essere Sé Stessi

Non è mai troppo tardi per essere ciò che avresti voluto essere. Essere se stessi in un mondo che cerca continuamente di cambiarti è la più grande delle conquiste. Non permettere che qualcuno nel mondo ti dica che non puoi essere esattamente quello che sei. Non hai bisogno di nessuno che ti dica chi sei o cosa sei.
Unico
It is never too late to be what you wanted to be. Being yourself in a world that is constantly trying to change you is the greatest of achievements. Don’t let anyone in the world tell you that you can’t be exactly who you are. You don’t need anyone to tell you who you are or what you are.
Unico
La premessa di seguito è necessaria per superare in un unico balzo tutti i pensieri circa il nostro inconscio e le sue remore.
The premise below is necessary to overcome in one leap all thoughts about our unconscious and its hesitations.
“Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginare: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione…E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser…E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia… È tempo di morire”.
“I have seen things you humans could not imagine: battleships on fire off the Orion ramparts … And I have seen the B-rays flashing in the dark near the gates of Tannhauser … And all those moments will be lost in time like tears in the rain… It’s time to die “.
Nella filmografia, da quella degli albori alla più recente, scoviamo migliaia di interpretazioni dedicate al pianto, alle lacrime. Le prime testimonianze letterarie sulle lacrime risalgono al XIV secolo a.C. Difficile trovare interpretazioni a questo fenomeno.
Darwin definiva il pianto una manifestazione universalmente diffusa negli umani quanto poco studiata. Il pianto, dunque, pone interrogativi a cui non è semplice rispondere.
Delle lacrime sappiamo poco, anche se conosciamo la loro composizione fisica e l’attività cerebrale e ormonale che le precede o accompagna. Ma questo non ci può bastare. Perché piangiamo? Per sfogarci, o meglio, per dare tregua al dolore, concentrando l’attenzione sulle sensazioni che ci travolgono. Come spiegare allora le lacrime di gioia, o quelle di rabbia o di vergogna? A volte piangiamo perché stiamo tagliando una cipolla e, in questo caso, la composizione delle lacrime sarà meno ricca di proteine rispetto a quella del pianto emozionale.
Fino a non molto tempo fa si pensava che le lacrime fossero, con poche ma significative eccezioni, un fatto prettamente femminile, ma gli eroi di Omero, i cavalieri medievali piangevano senza per questo sentirsi femminucce o, comunque, meno virili, a dimostrare quanto la cultura dominante influenzi comportamenti che paiono innati.
Le cose, per fortuna, stanno cambiando, perché negare le lacrime equivale a negare un piacere profondo ed insieme una fondamentale abilità: la capacità, tutta umana, di trasformare, sia pur provvisoriamente, il mondo che ci circonda.
In filmography, from the early days to the most recent, we find thousands of interpretations dedicated to crying and tears. The first literary evidence of tears dates back to the fourteenth century BC. It is difficult to find interpretations for this phenomenon.
Darwin defined crying as a manifestation that is universally widespread in humans but little studied. Crying, therefore, raises questions that are not easy to answer. We know little about tears, even if we know their physical composition and the brain and hormonal activity that precedes or accompanies them. But this cannot be enough for us. Why do we cry? To let off steam, or rather, to give relief to pain, focusing attention on the sensations that overwhelm us. How then to explain the tears of joy, or those of anger or shame? Sometimes we cry because we are cutting an onion and, in this case, the composition of tears will be less rich in protein than that of emotional crying.
Until not long ago it was thought that tears were, with a few but significant exceptions, a a purely feminine fact, but the heroes of Homer, the medieval knights wept without feeling feminine or, in any case, less virile, to show how much the dominant culture influences behaviors that seem innate.
Things, fortunately, are changing, why deny the tears is equivalent to denying a profound pleasure and at the same time a fundamental ability: the all-human ability to transform, albeit temporarily, the world around us.
Un’ipotesi filogenetica, in considerazione delle attuali conoscenze più avanzate, ora è possibile.
Il pianto può essere accettato come modalità espressiva precocissima dell’uomo. La funzione fisiologica è quella di “lavaggio” della cornea attraverso l’incremento della produzione del liquido lacrimale, e quella psicofisiologica, ovverosia di difesa somatica volta all’abbassamento o eliminazione di una tensione che il soggetto avverte come dolore-piacere.
Lo studio della struttura molecolare delle lacrime, ha evidenziato la presenza di prolattina, ACTH, lisozima ed enkefalina.
La prolattina spiegherebbe perché le donne piangono quattro volte più degli uomini.
L’enkefalina, un oppioide endogeno è un potente anestetico liberato dall’ipofisi in presenza di dolore acuto, renderebbe ragione del fatto che “piangere diminuisce la tristezza e l’ira del 40% circa”.
È interessante notare che le sostanze citate sono presenti solo nelle lacrime delle persone che piangono per autentiche emozioni, mentre in quelle provocate da sostanze irritanti, tipo quella che fuoriesce dalla cipolla, come dianzi accennato, non si trovano né ormoni né enzimi, né peptidi.
Sono numerosi gli studi che affrontano le analogie fra due forme apparentemente contrastanti del comportamento umano: il riso e il pianto, entrambe accompagnate dall’implementazione di enkefalina. Il sollievo che si prova piangendo o ridendo è dunque in funzione dello stesso neuropeptide.
I dati della biologia molecolare confermano che il pianto tende a pulire l’anima dalle sue scorie, probabilmente ereditate, eliminando psicobiologicamente un eccesso di tensione; in questo senso, esso svolge una funzione limite tra il soma e la psiche.
Il pianto proviene direttamente dall’inconscio ed emerge come un pensiero persistente che oltrepassa le barriere del secondario e irrompe con tutta la forza del processo primario, inarrestabile.
A phylogenetic hypothesis, in consideration of the most advanced current knowledge, is now possible. Crying can be accepted as a very early expressive mode of man. The physiological function is that of “washing” the cornea through the increase in the production of tear fluid, and the psychophysiological function, that is, a somatic defense aimed at lowering or eliminating a tension that the subject feels as pain-pleasure. molecular structure of tears, highlighted the presence of prolactin, ACTH, lysozyme and enkephalin. Prolactin would explain why women cry four times more than men. Enkephalin, an endogenous opioid is a powerful anesthetic released from the pituitary in the presence of pain acute, would account for the fact that “crying decreases sadness and anger by about 40%.”
It is interesting to note that the substances mentioned are present only in the tears of people who cry for genuine emotions, while in those caused by irritants such as the one that comes out of the onion, as mentioned above, there are neither hormones nor enzymes, nor peptides. he address the analogies between two apparently conflicting forms of human behavior: laughter and crying, both accompanied by the implementation of enkephalin. The relief that one feels when crying or laughing is therefore a function of the neuropeptide itself. Molecular biology data confirm that crying tends to cleanse the soul of its waste, probably inherited, psychobiologically eliminating excess tension; in this sense, it performs a limiting function between the soma and the psyche. Crying comes directly from the unconscious and emerges as a persistent thought that goes beyond the barriers of the secondary and bursts with all the force of the primary, unstoppable process.
In questo caso esso è l’unico segnale del rimosso, un rimosso carico di tensione e sofferenza, perciò traumatico. In tali constatazioni si ritrova l’affermazione di Freud: “Gli affetti sarebbero la riproduzione di eventi antichi di vitale importanza, forse preindividuali”, comparabili ad “attacchi isterici universali, tipici e innati”.
Quale importanza può avere l’individuazione di un tipo di pianto nel lavoro dell’analisi?
Non è da sottovalutare il sollievo determinato dalla consapevolezza della transindividualità del dolore, e di questo i rituali collettivi quali il “Planctus Mariae” sono testimonianza, ma anche le conoscenze di biologia molecolare supportano la funzione salvifica del pianto: la produzione di oppioidi endogeni, svolge funzione di oblio.
Il pianto è una vera cura, dunque. In psicoanalisi è un patrimonio di conoscenza: cogliere nel pianto il segnale di un nucleo più profondo può essere il punto di partenza di un’avventura di straordinario interesse, quello della ricerca genealogica. La traccia di eventi non vissuti, ma ereditati, ha la potenzialità di agire inconsciamente (per coazione alla ripetizione) nelle generazioni successive. L’assoluta non consapevolezza del fenomeno mette l’individuo in una posizione particolarmente indifesa: egli è agito da una spinta che non può collocare nello spazio-tempo, la quale ha la possibilità di assumere un polimorfismo particolarmente disorientante.
Talvolta, persino dopo tanto tempo e lavoro, può ancora capitare di doverci piangere su un po’, perché si lavi quello che si può lavare, visto che abbiamo questa difesa semplice e arcaica, che i nostri antenati avevano avuto la geniale intuizione di utilizzare socialmente istituendo i “Cori delle Piangenti”.
In this case it is the only sign of the repressed, a repressed load of tension and suffering, therefore traumatic. In these findings we find Freud’s statement: “Affects would be the reproduction of ancient events of vital importance, perhaps pre-individual”, comparable to “universal, typical and innate hysterical attacks”. How important can the identification of a type The relief caused by the awareness of the transindividuality of pain should not be underestimated, and of this collective rituals such as the “Planctus Mariae” are testimony, but also the knowledge of molecular biology support the saving function of crying: the production of endogenous opioids plays the role of oblivion.
Crying is therefore a real cure. In psychoanalysis it is a wealth of knowledge: grasping the signal of a deeper core in tears can be the starting point of an adventure of extraordinary interest, that of genealogical research. The trace of events not lived, but inherited, has the potential to act unconsciously (by compulsion to repeat) in subsequent generations. The absolute non-awareness of the phenomenon puts the individual in a particularly defenseless position: he is acted on by a thrust that he cannot place in space-time, which has the possibility of assuming a particularly disorienting polymorphism.
Sometimes, even after a long time. and work, it can still happen that we have to cry about a little, because we wash what we can wash, since we have this simple and archaic defense, which our ancestors had the brilliant intuition to use socially by establishing the “Choirs of Weeping “.

 

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